Articoli e interventi

                                      Presentazione del libro "Più giornalismo meno ideologia"

           Milano 12 marzo 2014 - Sala Indro Montanelli  Fondazione del Corriere della Sera

 

 

                                                           intervento di Alessandro Benedetti 

(dalla prima pagina) .........

 

Ricordare Arrigo Benedetti non deve essere uno sterile esercizio commemorativo e retorico. L’eredità etica di fare giornalismo da lui lasciata, il suo senso della moralità e la sua passione civile, devono essere ripresi e soprattutto messi in pratica.

Oggi ce ne è drammaticamente bisogno! Dirlo non è una banalità, è un modo di leggere la cruda realtà che ci circonda. La nostra società è oramai carente di fervore ideale ed i suoi difetti si riflettono in tutti i campi, primo fra tutti quello politico ma hanno anche contagiato l’informazione.

Il giornalismo ha enormi e dirette responsabilità verso il Paese e non può essere semplicemente considerato un mestiere come un altro. E’ essenziale in una moderna società ed è indispensabile allo sviluppo civile e culturale di ogni democrazia.Non si può quindi considerare i lettori come soggetti passivi cui propinare proprie interpretazioni degli eventi, ma si deve onorarne la dignità e portare loro rispetto, scrivendo sempre con scrupolosa onestà.

Si dovrebbe insomma essere, come scriveva Arrigo Benedetti di Mario Pannunzio, “animatori di uomini e di coscienze”.

 

Ritornando all’antologia mi preme mettere in evidenza il valore delle due prefazioni.

La prima, quella di Eugenio Scalfari, è un notevole racconto storico di un periodo di vita che i due grandi giornalisti hanno trascorso insieme, prima qui a Milano, a L’Europeo, poi a Roma, a L’Espresso. La seconda, quella di Carlo Gregoretti, è un’appassionata, coinvolgente testimonianza di un altro grande giornalista che si è formato alla scuola romana di via Po numero 12, in strettissimo rapporto con il terribile direttore Benedetti!!

 

Terribile già, questa è una specie di leggenda a cui bisogna dare il giusto significato. Come i famosi articoli che venivano accartocciati e gettati nel cestino. E’ probabile che così sia stato, ma ciò che conta è che il suo essere burbero, esigente all’ inverosimile, mai però offensivo né prevaricante, era per Arrigo Benedetti un modo di comportarsi, forse il più affettuoso, di chi, stimando i propri giornalisti, pretendeva di riuscire a trarre ogni volta da loro il meglio delle loro potenzialità.Mai Benedetti tagliava o cestinava un articolo senza aver prima spiegato all’ autore, con logica precisa e coerente, i motivi della sua disapprovazione.

Del resto questo suo modo di dirigere i giornali era talmente pagante che negli anni ha formato una generazione di moltissimi straordinari giornalisti. (non sto a farne l’ elenco, tutti li conosciamo).

 

Vedendo qui Daniele Protti, ultimo direttore de L’ Europeo, che ringrazio di cuore per aver portato avanti, nonostante le difficoltà, una così gloriosa testata, ne approfitto per perorare nuovamente la causa di questo periodico fondato da Benedetti subito dopo la fine della seconda guerra mondiale.

L’ Europeo è stato e sempre sarà il capostipite del moderno giornalismo italiano. E’ per questo che mi permetto sommessamente di rinnovare, a nome del Centro Europeo di Studi Arrigo Benedetti e di tutti coloro che un anno fa circa sottoscrissero l’ appello, il nostro invito per riconsiderare la chiusura o la vendita de L’ Europeo.

Così come forse avrebbero fatto in una situazione simile, Adriano Olivetti, lo stesso Mazzocchi o Leo Longanesi, , la proprietà dovrebbe, con senso etico e con la piena consapevolezza dell’ ineguagliabile storia di questa testata, valutare con nuova attenzione il danno che la sua cancellazione o l’ improprio utilizzo causerebbe al giornalismo, alla cultura in generale ed al Paese.

Un'altra gloriosa testata “ Il mondo” fondato nel 49 da Mario Pannunzio, chiude i battenti. Benedetti e Pannunzio hanno sempre avuto destini uguali e paralleli.

La triste fine di questi due storici periodici anche questa volta, amaramente, li accomuna.

Ognuno, con il proprio ruolo, dovrebbe cercare di fare tutto il possibile per non cancellare e mantenere vive queste che sono le radici della crescita civile e del buon giornalismo.

 

Un brevissimo accenno sul Centro Europeo di Studi Arrigo Benedetti.Moltissimi di noi, ad ogni livello sociale, sentono il bisogno di fare qualcosa che contrasti la pervadente deriva morale che sta progressivamente erodendo le radici civili del Paese.

E’ sbagliato chiudersi in una forma di egoismo autodifensivo, semmai bisogna opporsi, attingendo da quei sentimenti e da quelle spinte ideali che contribuirono al progresso civile del nostro Paese.

E’ in questa prospettiva che abbiamo deciso di dar vita al Centro.Un associazione come tante altre con pochissimi mezzi, sobria, nata nell’ assoluta e concreta indipendenza, animata da riferimenti puramente ideali e senza individualismi.

E che ha l’ ambizione di connotare la propria attività con la sostanza più che con l’ apparenza, così come faceva appunto Arrigo Benedetti.

 

Concludo, con una specie di appello, leggendo il manifesto di intenti scritto come atto fondativo de L’ Espresso, il cui primo numero, lo ricordo, arrivò in edicola nell’ ottobre del 1955.

I promotori di questo giornale ritengono che l’ assoluta indipendenza della stampa sia il fondamento più solido del regime democratico. Questa indipendenza, nelle condizioni attuali della stampa italiana, si è rivelata molto spesso illusoria , interessi di partito e di gruppi sezionali premono sensibilmente sulla direzione politica dei giornali, deformandone la funzione e degradandola a quella di una difesa acritica di tesi precostituite. La stampa di informazione viene così ad avere minore autorità e più debole influenza educativa a ragione dell’ ossequio verso il gruppo proprietario. Questa consuetudine ha anche determinato singolari casi di sostituzioni di direttori fedeli alle esigenze di un’ obiettiva informazione. Casi come questi hanno dato l’ esatta misura del problema che è indubbiamente tra i più delicati del nostro sistema politico".

 

E’ un manifesto che potrebbe essere stato scritto in questi giorni e andrebbe letto come la Bibbia di riferimento, da chi crede religiosamente nell’importanza dell’informazione. Ma soprattutto da chi la pratica. Cioè dalle donne e dagli uomini che scrivono ogni giorno sui nostri giornali.

 

Vi ringrazio per aver ascoltato con pazienza il punto di vista di un semplice lettore e vi ringrazio ancora di più per avermi dato l’ opportunità di ricordare mio zio Arrigo.

George Eliot scriveva oltre un secolo fa :” Non possiamo scegliere i nostri antenati”. Io, in questo, sono stato fortunato!

Grazie ancora.

 

 

 intervento di Alberto Marchi

 

 

(dalla prima pagina) .........

 

Un animatore di uomini anche lo definiva, ma a ben vedere l’Arrigo Benedetti direttore è stato anch’egli un instancabile animatore di uomini: basti considerare quanti e quali siano stati i grandi giornalisti che egli ha scoperto, formato e comunque diretto (Tommaso Besozzi, Oriana Fallaci, Camilla Cederna, Manlio Cancogni, Sandro De Feo, Giancarlo Fuasco, Ugo Stille, etc. etc.).

Un formidabile scopritore di talenti egli è stato: accanto al mito di un Benedetti direttore terribile occorre anche sottolineare il risvolto paterno della determinazione che egli poneva nell’ottenere il meglio dai giornalisti che dirigeva: quando infatti si trattava di difendere l’operato di un suo redattore ingiustamente attaccato o magari non adeguatamente apprezzato per il lavoro svolto, Benedetti era capace di farlo con grande energia.

Ricordo per esempio un magistrale commento scritto nella rubrica “Lettere alle persone importanti” e intitolato “I giornali durano più delle scarpe”, in cui sostiene le ragioni del suo settimanale L’Europeo nel contesto della stampa italiana per lamentarsi del fatto che, dal resto dei giornali, soprattutto in quotidiani, non giunge il riconoscimento adeguato per le grandi inchieste realizzate, quali ad esempio la scoperta della vera morte di Salvatore Giuliano.

 

Ma, per tornare al tema della storia d’Italia, come l’ha attraversato dunque l’Arrigo Benedetti giornalista (non dovremmo infatti dimenticarci anche del suo essere scrittore e perfino uomo politico) questo trentennio di storia italiana ed europea?

L’ha attraversato facendo ricorso ad un suo chiodo fisso, ma lo dico in senso del tutto positivo: il chiodo fisso dei fatti, del racconto della realtà.

 

Antonio Ghirelli, nell’articolo che gli dedicò sulla Stampa pochi giorni dopo la sua scomparsa, parlò di Benedetti come di colui che era stato uno scrittore di invenzione e un giornalista di realtà e sottolineò che nemmeno Pannunzio, forse, era riuscito a separare così nettamente come Arrigo Benedetti, l’ansia della forma letteraria dal fervore per il mestiere del giornalista.

Alberto Papuzzi nella sua recensione di questa antologia sulla Stampa, pubblicata il 2 marzo 2014, ha messo in evidenza come nel libro “Il lettore scoprirà che in gioco ci sono non tanto originalità di opinioni, questioni teoriche, polemiche spinose, quanto una tenace e coerente aderenza al ruolo della stampa e alla difesa dei diritti che deve tutelare”.

A dire il vero nel libro c’è sicuramente anche tutto questo, ci sono insomma anche opinioni originali (fin dall’articolo di apertura con un confronto tra Roma e Milano che toglie il fiato tanto è capace di sintesi e di respiro storico), questioni teoriche legate al giornalismo della massima importanza (“I giornali durano più delle scarpe” o i giornali visti come possibili “armi di distrazione di massa”) ; polemiche spinose (come non pensare a quella famosissima che lo vide, quasi drammaticamente, distaccarsi definitivamente da Eugenio Scalfari nel giugno del 1967).

Ma il proprio del Benedetti “giornalista totale” è il suo tenace insistere sul ruolo della stampa e sulla difesa dei diritti ne fa uno dei campioni del giornalismo del secondo novecento, non solo italiano ma anche europeo.

Un continuo esercizio per restare ancorati ai fatti: e questo appunto abbiamo inteso di mostrare anche nella varietà delle tecniche e dei mezzi. L’incessante opera volta a ricordare il ruolo della stampa - a ricordarci che la realtà non deve essere un pretesto per articolisti brillanti secondo una certa tradizione di giornalismo floreale – è la costante di tutto il corpus dell’opera di Arrigo Benedetti.

 

I fatti non sono necessariamente i grandi eventi storici o meglio anche i grandi eventi storici possono essere raccontati attraverso la lente dei dettagli apparentemente più insignificanti.

Così accade che quando Benedetti si reca al Congresso internazionale per l’Europa all’Aja nel 1948 si sofferma a mostrare gli aspetti più minuti della figura di Winston Churchill (ce lo mostra mentre riempie il suo bicchiere di vino con quello che era avanzato alla moglie seduto accanto a lui a cena oppure ce lo mostra invitato dai camerieri a smettere di fumare e costretto a buttare il sigaro.

Oppure i fatti sono quelli da cui scaturisce il suo grido di dolore per l’infezione che dalla Capitale (corrotta) giunge alla Nazione (l’Italia) a proposito di una celebre inchiesta il cui titolo è divenuto uno degli slogan più duraturi e famosi della stampa italiana del dopo guerra (capitale corrotta=nazione infetta).

 

La ricchezza del materiale cui attingere e su cui operare anche dolorose restrizioni (significative sono state infatti le sue collaborazioni a Omnibus, Risorgimento liberale e altre prima della fine della Seconda guerra mondiale) è infatti immensa: al di là del dato quantitativo – e ricordo che Benedetti nel periodo che va dal novembre 1945 al 1976 ha diretto tre settimanali e un quotidiano e parallelamente ha collaborato per lunghi periodi all’Espresso, alle due edizioni del Mondo, alla Stampa, al Corriere della Sera, a Panorama - ciò che colpisce oggi maggiormente è la grande qualità e direi anche la profonda dignità morale oltre che tecnica, di ogni “pezzo”, fosse esso un editoriale, un reportage, una inchiesta, un elzeviro o qualsiasi tipo di articolo che egli venisse scrivendo.

La chiarezza esemplare della sua prosa giornalistica, così asciutta e precisa.Colui che era stato definito “giornalista di realtà”, il monito “Più giornalismo meno ideologia” che dà il titolo a questa raccolta, lo ha praticato in prima persona in tutto lo svolgimento della sua grandiosa attività.

 

 

 

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