Chi era Arrigo Benedetti

 

 

 

Arrigo Benedetti, (che in realtà si chiamava Giulio), primo di cinque fratelli, nacque a Lucca il 1 giugno 1910, in un anno che si può definire eccezionale nella pur lunga storia culturale e civile di questa città.

 

Oltre al futuro direttore dell’Europeo e dell’Espresso, qui nacquero infatti  in quell’anno altre due personalità di straordinario rilievo quali Mario Pannunzio, l’amico di una vita e il “gemello” intellettuale di Aigo e Carlo Lodovico Ragghianti, critico e storico dell’arte e intellettuale dai vasti orizzonti.

 

Il 1910 è anche l’anno di nascita, nella vicina Viareggio , di Mario Tobino, scrittore affermato che incoraggerà poi Benedetti a proseguire nell’impegno letterario.

 

Se a questi nomi si aggiungono quelli dello scrittore Guglielmo Petroni, (nato nel 1911) e di Felice Del Beccaro, illustre professore di letteratura italiana alla Sorbona di Parigi, (nato nel 1909) , oltre ad altri scrittori, studiosi e giornalisti, apparentemente minori, ma di notevole spessore culturale, nati in anni prossimi al 1910, si compone un quadro che rende chiaro come il novecento lucchese, già nel primo quindicennio, abbia prodotto una così straordinaria serie di talenti.

 

Una Lucca contraddistinta dalle pacate atmosfere post- umbertine, unitamente allo scenario della campagna e delle colline che circondano la città, anche nel perdurare della Prima Guerra Mondiale, costituiscono l’ambiente in cui si sviluppa l’infanzia di Benedetti.

 

Il padre Gino, (socialista) agente di commercio, era appassionato di musica classica e vantava un antica parentela con gli scrittori lucchesi ottocenteschi Pietro Pacini e Ildefonso Nieri. La madre Linda Agatoni, buona lettrice, in particolare di Carlo Goldoni era anche un appassionata pittrice dilettante.

 

Nella formazione culturale del giovane Arrigo Benedetti rivestì una particolare importanza la frequentazione di un vero e proprio cenacolo costituito in gran parte da giovanissimi intellettuali “guidati” da una figura importante della storia della cultura lucchese del Novecento: lo scultore e pittore Giuseppe Ardinghi.

Insieme ad Ardinghi e Benedetti si ritrovavano al Caffè Caselli (ora Di Simo), Guglielmo Petroni, Gaetano Scapecchi, saltuariamente Enrico Pea , Sandro Volta e altri giovani artisti che furono “novecentisti”. In quei ritrovi quotidiani, proseguiti per almeno un decennio, si discuteva di pittura, di letteratura italiana e straniera, di classici.

Fin da giovanissimo forte lettore di romanzi dei grandi scrittori francesi dell’Ottocento e della letteratura italiana contemporanea , ma anche di un autore come Machiavelli, Benedetti esordì come scrittore con una serie di racconti sulla Prima Guerra Mondiale, pubblicati sulla rivista diretta da Mino Maccari Il Selvaggio.

 

A questi primi componimenti, poi raccolti in volume con il titolo di Tempo di guerra (1933), seguirono negli anni successivi altre prove letterarie che gli procurarono le attenzioni della critica: Anni inquieti (1933), ancora sui ricordi della sua fanciullezza, in particolare negli anni dell’avvento del fascismo; il racconto Lavori sull’Appennino (1934) grazie al quale si aggiudicò il premio Pan; i romanzi La figlia del capitano (1938) e Le donne fantastiche (1942), oltre a racconti Misteri della città (1941), segnati da una dimensione quasi onirica che per certi versi rimanda direttamente alle esperienze letterarie di quella che sarà l’ultima sua fase di scrittore.Lo scarso entusiasmo con cui seguì gli studi universitari alla facoltà di Lettere di Pisa, l’ansia di aprire i propri orizzonti professionali oltre che culturali, non disgiuntamente dalla necessità di trovare un impiego, lo spinsero a trasferirsi nel febbraio del ’37 a Roma, accettando così l’invito dell’amico Pannunzio a raggiungerlo.

Qui, grazie appunto a Pannunzio , che vi risiedeva dal 1922, fece la conoscenza di Leo Longanesi al Caffè Aragno, ritrovo di giovani intellettuali in cui si maturavano idee se non proprio di fronda almeno di una certa qual discussione critica e spesso anche di sberleffo nei confronti del regime.

Di lì a poco Leo Longanesi proporrà ad Arrigo Benedetti e Mario Pannunzio di lavorare per lui in un periodico di nuova fondazione, il settimanale Omnibus, rivista antesignana dei futuri grandi rotocalchi e settimanali del dopoguerra che gli stessi Benedetti e Pannunzio avrebbero poi fondato.In questo che fu il primo rotocalco italiano e che avrà una grandissima importanza nella formazione giornalistica di entrambi , Benedetti imparò la tecnica della impaginazione e l’importanza dell’uso della fotografia nella composizione di un giornale e poté assimilare molti spunti offertigli dalla verve giornalistica, scintillante quanto caustica, di Leo Longanesi .

 

A Omnibus svolse il lavoro di correttore di articoli e soprattutto tenne una rubrica di critica letteraria nella pagina intitolata “Il Sofà delle muse”. Qui vi scrivevano anche personalità quali Alberto Moravia, Elio Vittorini, Alberto Savinio e Guglielmo Petroni.

Dopo la chiusura di Omnibus da parte della censura fascista nel gennaio del 1939, Arrigo Benedetti tentò insieme a Pannunzio, di rilanciare, rivedendolo integralmente nella sua impostazione, il settimanale “ Tutto”, sino ad allora orientato verso un pubblico femminile.

Anche questa rivista fu chiusa dopo pochissimi numeri. Sempre nel 1939 ancora in coppia con Mario Pannunzio, assunse la direzione di Oggi, settimanale di politica e cultura.

Oggi, per certi versi, la continuazione dell’esperienza di Omnibus, era comunque un’ anticipazione di ciò che sarebbero stati L’Europeo e L’espresso da un lato e Il Mondo dall’altro.

Dopo tre anni di pubblicazioni il settimanale fu chiuso, ancora a causa della censura, perché accusato di scarso entusiasmo nell’appoggiare le operazioni militari italiane.

 

Dopo la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943 e dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 Arrigo si rifugiò sulle montagne dell’Appennino Tosco Emiliano, a Gazzano nel comune di Villaminozzo , luogo natale della moglie Rina che aveva sposato a Lucca nel 1937.

Qui dette soccorso a soldati degli eserciti alleati in fuga e durante l’inverno del 1943, la vigilia di Natale, fu arrestato dalla polizia fascista e condotto nel carcere di Reggio Emilia, dove condivise la cella con il padre dei fratelli Cervi.

Approfittando di un bombardamento alleato sulla città e delle bombe cadute sul carcere, poté fuggire e affrontare un viaggio che lo portò prima in Versilia e poi a Roma e a Milano, dove lavorò anche come critico teatrale al Corriere Lombardo, vivendo in condizioni di difficoltà economica fino alla conclusione della guerra.

Dall’esperienza vissuta sugli Appennini nacque il romanzo Paura all’alba, pubblicato nel 1945.

 

Una volta cominciata la ricostruzione, l’editore Gianni Mazzocchi nel ’45 gli chiese di assumere la direzione di un nuovo settimanale, che fu chiamato l’Europeo, proprio per sottolineare, fin da subito, quale avrebbe dovuto essere la collocazione della rinata Italia nel nuovo contesto internazionale post bellico .

Grazie ad una redazione di grande qualità e alle sue straordinarie doti di direttore, l’Europeo si impose fin dagli inizi come testata capace di apportare importanti innovazioni nel mondo ingessato della stampa italiana. Fotografie utilizzate come parti fondamentali del testo giornalistico e non come semplici illustrazioni, articoli chiari e privi di inutili fronzoli letterari, inchieste condotte con coraggio, senza lasciarsi condizionare da alcuno, con un giornalismo privo di timori reverenziali.

 

Dopo nove anni trascorsi alla direzione di questo straordinario settimanale, nel frattempo acquistato da Rizzoli, nel maggio del 1954 Benedetti si dimise, per dissensi profondi sulla linea editoriale che la nuova proprietà avrebbe voluto imporgli e anche per non cedere al compromesso di rendere più popolare e vacuo il giornale.

 

Lasciato così l’Europeo, Benedetti divenne inviato della Stampa, oltre a collaborare al Mondo pannunziano, ma già nell’autunno del 1955 fondò un altro periodico destinato a far scuola: questa volta grazie all’impegno economico di Adriano Olivetti, nel novembre di quell’anno uscì infatti in edicola l’Espresso.

Qui pubblicherà inchieste che si inscriveranno di diritto nella storia del giornalismo italiano del dopoguerra, al pari di quelle che già avevano caratterizzato, sotto la sua direzione, l’esperienza dell’Europeo:

Per tutte valga quella celeberrima di Manlio Cancogni, titolata dal direttore Benedetti “Capitale corrotta=nazione infetta”.

 

L’Espresso fu anche il punto di riferimento dei liberali di sinistra, che proprio nel 1955 avevano fondato il Partito Radicale e contribuì a dare una diffusione maggiore, anche in termini di quantità di lettori, a quelle battaglie civili che parallelamente conduceva anche Mario Pannunzio insieme ai suoi prestigiosi collaboratori dalle pagine de Il Mondo.

 

Dopo otto anni passati alla guida del settimanale , nel 1963, un po’ per il desiderio di ritornare nella sua Lucca ove vagheggiava di dedicarsi interamente alla letteratura (come in effetti poi fece sebbene non in modo definitivo) e un po’ perché avvertiva un’aria sempre più pesante gravare sul giornalismo italiano, decise di ritirarsi lasciando la direzione a Eugenio Scalfari.

Secondo Benedetti nel giornalismo stava sempre più prendendo il sopravvento uno spirito conformistico insieme ad una tendenza culturale, da lui sempre aspramente criticata, all’astrattismo nell’affrontare i problemi sociali ed economici e all’affermarsi di una cultura sempre più salottiera.

Continuò tuttavia la collaborazione con l’Espresso fino al 1967, incrementando il corpus dei commenti della rubrica del Diario italiano, e ciò fino alla rottura definitiva con Eugenio Scalfari, che trovò il suo motivo scatenante nella diversità di opinioni sull’esito della Guerra dei sei giorni tra Israele e i paesi della Lega Araba.

In realtà fu l’esito di due diversi modi di concepire il giornalismo, modi che si andavano sempre più divaricando, tanto da portare ad una frattura anche nei loro rapporti personali che non si ricucì più.

 

Formidabile la schiera di futuri grandi giornalisti che Benedetti diresse nei quasi diciassette anni trascorsi alla testa dell’ Europeo e dell’ Espresso : da Tommaso Besozzi, Carlo Gregoretti, Sandro De Feo, Camilla Cederna, Manlio Cancogni, Oriana Fallaci, Ugo Stille e allo stesso Eugenio Scalfari, per citarne solo alcuni tra i maggiori. Il meglio della storia del giornalismo italiano del dopoguerra si formò e si affermò sotto la sua guida.

 

Nel frattempo aveva ripreso a pubblicare romanzi con l’editore Mondadori: dopo Il corposo Passo dei Longobardi (1964), uscirono in sequenza L’esplosione (1966), Il Ballo angelico (1968), Gli Occhi (1970). La sua produzione giornalistica, in veste di commentatore, non conobbe però mai pause: nel 1967 avviava una collaborazione con Panorama, diretto da Lamberto Sechi.

 

Questo periodo, durante il quale Arrigo proseguì a scrivere per la terza pagina del corriere della Sera ,attraversato dalla morte di Mario Pannunzio nel 1968, durò due anni, finché non sentì crescere la voglia di rituffarsi nella mischia accettando di assumere la direzione della rinnovata edizione de Il Mondo, che stabilì la sua redazione a Firenze.

Nel 1972 la proprietà del Mondo fu acquistata dalla Rizzoli, Benedetti, si trasferì così a Milano ma dopo qualche tempo, sempre per motivi di diversità di linea editoriale rispetto all’ editore, decise di dimettersi.

Fu proprio nel ’74 che pubblicò un altro romanzo “ Rosso al vento”

 

A seguito della vittoria del no al referendum del ’74, per l’ abrogazione della legge sull’ aborto ( Fortuna-Baslini) e successivamente alla tragica fine del figlio Alberto, si avvicinò, senza peraltro prenderne la tessera, al Partito Comunista, da lui ritenuto, in quel frangente storico, il soggetto politico più idoneo a interpretare la battaglia in favore dell’affermarsi dei diritti civili e a superare la lunga egemonia della Democrazia Cristiana.

Nel ’75 Amerigo Terenzi, incontrando Arrigo per caso in treno, gli propose la direzione di Paese Sera.

Probabilmente Benedetti, accettando questa sorprendente nuova sfida, coronò un desiderio professionale di antica data, ovvero la conduzione di un quotidiano.

Paese sera, sino ad allora di netto stampo politico, divenne così un giornale laico, sempre più letto, aperto e attento alla società civile nei suoi aspetti reali e concreti .

 

La morte prematura, il 26 ottobre del 1976, sopraggiunse quando non era trascorso nemmeno un anno alla guida del giornale romano. Uscirono postumi due libri fondamentali nella sua vasta produzione: lo struggente Cos’è un figlio (1977), dedicato al figlio Alberto e il rivelatore Diario di Campagna (1979).

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