Buongiorno, desidero innanzitutto ringraziare a nome della nostra famiglia e del Centro Europeo di Studi Arrigo Benedetti tutti gli intervenuti.

Un apprezzamento particolare al direttore De Bortoli che ha rinunciato ad un importante impegno per poter essere presente qui a Barga.

 

In Italia si assegnano molti premi giornalistici, noi vorremmo però che il premio di quest’ oggi fosse qualcosa di più e di diverso da una sterile giornata in ricordo di Arrigo Benedetti.

 

Ricordare Benedetti e con lui altri grandi uomini, come Pannunzio, Cancogni oppure grandi editori come Longanesi e Olivetti o lo stesso Mazzocchi, significa non dimenticare il loro contributo alla crescita civile del nostro Paese, traendone anche la forza per non subire passivamente il progressivo regresso dell’ Italia di oggi. L’ ideale sarebbe che questa giornata lasciasse nelle nostre coscienze una rinnovata, indelebile passione civile.

 

Il nostro Paese sta attraversando una grande crisi non solo economica ma ancor peggio morale e sociale. E’ un problema di drammatica attualità che nella sua semplicità nasconde una profonda e, speriamo non irreversibile, crisi etica e civile che ha ormai pervaso tutti i settori della nostra società. Oggi, gran parte di noi si trovano costretti a rinchiudersi dentro se stessi in un egoismo indotto che impedisce qualsiasi visione collettiva del bene comune e che , in una sorta di “ si salvi chi può”, paralizza il Paese.

 

Nella scala delle responsabilità, dopo la politica, c’è il giornalismo. I difetti tanto discussi non sono però altro che gli stessi che attanagliano ogni altro ambito della società italiana. Questo però non alleggerisce le colpe di chi fa questa professione, perché, diversamente da altri mestieri, il giornalismo è indispensabile alla crescita civile di un paese e non può essere lo strumento per raggiungere obbiettivi personali o diversi da quelli del solo dovere di informazione.

 

La passione civile, la voglia di contribuire a migliorare il proprio Paese ( e la dignità aggiungerei) , furono l’ elemento motore che guidò il giornalismo di Benedetti, Pannunzio e di tutti gli altri uomini che ho prima citato.

Ed è questo il valore aggiunto del quale abbiamo voluto tenere conto nell’ assegnazione dei premi.

 

Ferruccio De Bortoli non ha certo bisogno di presentazioni, la sua vita professionale è limpida e parla da sola. Voglio solo sottolineare che il suo stile di scrivere, obbiettivo e rispettoso, è molto simile a quello di Benedetti, sobrio, deciso, chiaro ma allo stesso tempo educato e non altero né acido che si propone al lettore con rispetto e considerazione, permettendogli di farsi così una propria, autonoma libera idea.

 

Federica Angeli, alla quale va l’ altro premio, è una cronista giudiziaria de La Repubblica.

Un settore di cronaca difficile, se poi si va a colpire la malavita organizzata provocandone addirittura le minacce, al mestiere del cronista si deve aggiungere una gran dose di coraggio e senso della giustizia.

Possedere questa forza non è così scontato e automatico ed è per questo che dobbiamo apprezzare, valorizzare e sostenere giornalisti come lei.

 

Un premio speciale va a Gabriele Del Grande che nel suo apprezzabile, giovanile e passionale slancio civile, è andato a fare il suo lavoro in un paese come la Turchia, uno stato autoritario dove non è tollerata la libera informazione tanto da costargli la libertà per diversi giorni. Spero proprio che, passata questa brutta esperienza, Gabriele non si scoraggi e continui così!

 

E in ultimo il nostro futuro, gli studenti.

 

Ho letto tutti i lavori che sono stati sottoposti al nostro esame. Sono tutti ottimi e ben scritti ma soprattutto hanno, pur nella diversità degli argomenti, un comune sentire: la speranza, la passione e la voglia di fare qualcosa per il proprio futuro e per il Paese.

Sono sentimenti forse normali per l’ età, la mia speranza tuttavia è che con il tempo non si affievoliscano e nessuno di loro rinunci ai propri ideali ed alla propria dignità, magari anche accettando di perdere qualche effimero vantaggio.

 

Concludo leggendo alcune righe, per me toccanti e significative, che mio zio Arrigo scrisse in occasione della morte del suo grande amico Mario Pannunzio:

 

Avrebbe avuto un compito raro: quello che io avevo sentito esercitare su di me fin dall’ infanzia: sarebbe stato un laico direttore di coscienze, un animatore d’ uomini, anche se per lo più il suo riserbo quasi sconcertava i nuovi amici, collaboratori, scolari che col passare degli anni, andavano raccogliendosi intorno a lui. Era una presenza discreta e fervida; dapprima quasi inavvertibile, poi capace di determinare atteggiamenti non direi politici, almeno non solo tali, ma squisitamente etici.

 

Vi ringrazio

Alessandro Benedetti

(Barga, 31 maggio 2017)

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