Con il suo libro forse più conosciuto, La sera andavamo in via Veneto, pubblicato per la prima volta nel 1986 dalla Arnoldo Mondadori Editore, Eugenio Scalfari aveva iniziato quella che si potrebbe definire una storiografia di carattere personale.

In quel libro assai famoso tracciava infatti una storia che, muovendo dalla rievocazione della propria frequentazione del celebre caffè Rosati in Via Veneto a Roma, luogo di ritrovo a cavallo degli anni Quaranta-Cinquanta del '900 di un gruppo piuttosto nutrito di intellettuali, scrittori, artisti e uomini politici, aveva comunque un obiettivo ben preciso: stabilire e fondare una linea di continuità tra i cosiddetti primi radicali (Pannunzio, Benedetti, Rossi, Carandini, Libonati, Paggi etc.) e la creazione giornalistica di cui naturalmente porta il maggior vanto, il quotidiano La Repubblica, fondato nel 1976 e condotto al trionfo del sorpasso di copie sul Corriere della Sera nel corso degli anni Ottanta.

Questa in sunto la tesi di fondo di quell'opera di Scalfari, il cui sottotitolo era: “Storia di un gruppo dal «Mondo» alla «Repubblica»".

Ma se in quel libro la presentazione dei molti esponenti dei “liberals” era comunque ampia e articolata, nelle occasioni più recenti in cui l'ex direttore si celebra in saggi e opere autobiografie sempre più frequenti, la linea di continuità di cui sopra è divenuta una sorta di appropriazione totale. Lo conferma questo Grand Hotel Scalfari. Confessioni libertine di un secolo di carta (Edizione speciale La Repubblica, Roma, 2020), in cui, per il tramite di due giornalisti del quotidiano di cui è fondatore, Antonio Gnoli e Francesco Merlo, che hanno raccolto e steso il racconto della sua vita, i toni della celebrazione si elevano a vette da vero e proprio record.

Gli autori delle confessioni “libertine” dichiarano subito, peraltro, che è in corso, nientemeno, la costruzione della “leggenda” Scalfari: accanto all'opera sua sterminata, i curatori del libro intendono qui però offrire dettagli «fuori mano e fuori scena che raccontano un'epoca».

Non si arrogano - dicono - il ruolo di biografi, non intendendo scrivere una vita come l'avrebbe potuta scrivere il Vasari o, di un Dostoevskij, come l'avrebbe potuta scrivere Martin Gilbert. Intendono, piuttosto, fornire «la descrizione di uno stile, di un gusto, di una cultura, di un mondo che erano soltanto suoi e che sono diventati nostri».

Ed eccoci dunque al punto: Grand Hotel Scalfari vuole accreditare, definitivamente sembrerebbe, il fondatore della Repubblica come l'uomo che è stato non solo il paladino, il più appassionato e autorevole, di una certa Italia, ma il suo stesso inventore: «Senza di lui le, anche le tradizioni a cui si richiama, quella – tanto per semplificare – liberale e radicale di Mario Pannunzio, quella del Partito d'Azione, quella del Risorgimento, quella borghese del rigore dei conti, non sarebbero mai state popolari: sarebbero rimaste aristocrazia e snobismo».

Non c'è da stupirsi dunque che la barba scalfariana venga, modestamente, paragonata a quella di Marx. Scalfari è un mondo per Gnoli e Merlo: «Senza Scalfari quelle bandiere sarebbero rimaste sentimentali e rissose, troppo isolate per essere davvero esibite». Anzi, non sarebbero neppure perdenti, «perché non sarebbero mai entrate nel Grande Gioco».

 

Eugenio Scalari si serve dunque di questa sua apparentemente spregiudicata autobiografia, con i racconti della giovanile frequentazione di un bordello di Sanremo insieme a Italo Calvino o altri aneddoti che a dire il vero non appaiono così attraenti come il titolo sembrerebbe promettere, per regolare ancora una volta certi suoi conti.

Non solo con Pannunzio, bersaglio non troppo velato di accuse di snobismo e di aristocratico distacco, ma anche nei confronti di Arrigo Benedetti. Ancora una volta, come già nel Racconto autobiografico del 2012 (Einaudi) e in interviste e interventi pubblici, Scalfari ridimensiona la figura di Arrigo Benedetti nella fondazione dell'«Espresso» (1955). Dalle pagine di Grand Hotel Scalfari sembra che l'«Espresso» sia una sorta di esperienza embrionale di quella che poi sarà la Repubblica. A proposito delle trattative che vennero condotte anche con Enrico Mattei in quel 1955 per quello che doveva essere in realtà un quotidiano, dice Scalfari: «Il giornale che avrei fondato nel 1976 era ancora di là da venire, ma le basi che Arrigo e io avevamo posto fecero intuire a Mattei che la società – per certi versi arcaica – poteva dotarsi di uno strumento che interpretasse gli anni tumultuosi del boom economico».

In tutto questo racconto Benedetti sembra dunque una sorta di pedina, di comprimario, sia pure illustre maestro di giornalismo. Tanto che anche in quest'opera, come già in altri racconti scalfariani di quegli anni, si registra un grave errore di cronologia: alla pagina 135 racconta di aver iniziato «la collaborazione al «Mondo» nel 1950. Pannunzio l'aveva fondato l'anno prima, nello stesso periodo in cui Arrigo Benedetti fondò l'«Europeo». Furono due eventi che cambiarono il modo di raccontare la politica e la cultura sui giornali, fino a quel momento segnati da un'asfittica mancanza di novità».

Giudizio quest'ultimo senz'altro da condividere e veritiero, mentre il fatto che Scalfari indichi nel 1949 l'anno di fondazione dell'Europeo, che invece era nato quattro anni prima, subito dopo la conclusione della Seconda Guerra Mondiale, rivela non solo una grossa falla nella cura nel controllo dei dati e delle informazioni contenute nel libro, ma anche un dato di fondo del racconto scalfariano: il rimpicciolimento di tutte quelle figure, Benedetti compreso, che in gioventù l'accolsero a braccia aperte nelle loro redazioni, in quanto capaci di offuscarne, nel paragone storico, quell'opera di affermazione di sé come “inventore” di una certa Italia. Ma come dimostrano le clamorose rotture che ebbe sia con Arrigo Benedetti sia con Mario Pannunzio, l'idea scalfariana dell'Italia e il suo giornalismo sono andati in ben altra direzione rispetto a quella dei suoi nobili maestri di giornalismo e di vita.

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