Quando dormono le margherite

di Carlo Gregoretti

 

Testo parziale   estratto dal libro "Più giornalismo meno idelogia" - Aragno 2014, collana "Classici del giornalismo")

Lui abitava in via Paisiello numero 10. E la strada che faceva a piedi ogni mattina per raggiungere «l’Espresso», in via Po numero 12, passava per via Pinciana, i prati di Villa Borghese sulla destra, i tappeti di margherite che da febbraio in poi dilagavano fin quasi addosso al marciapiede. Lui era Arrigo Benedetti, nome d’arte di un assai famoso giornalista di quarantacinque anni (correva il lontanissimo 1955) che in realta si chiamava Giulio. E che aveva scelto di chiamarsi Arrigo non gia per evitare confusioni con il direttore della «Stampa» Giulio De Benedetti (come tutti hanno sempre pensato), ma semplicemente perché gli piaceva di piu. Fu lui stesso a dirmelo l’ultima volta che ci siamo visti, piu di vent’anni dopo, nel 1976, poche settimane prima che si ammalasse per morire. Eravamo a cena da lui, al residence Aldrovandi di Roma dove si era trasferito quando gli fu affidata la direzione di «Paese Sera». La cena l’aveva preparata Rina sua moglie. E il cenacolo era una stanzetta al piano terra, pochi metri quadri, con annessa piccola cucina, confinante con una stanza da letto e con un bagno: in tutto tre finestre affacciate sulla grande gabbia semisferica del Giardino Zoologico da cui l’improvviso e violento stridio di un uccello poteva arrivare a interrompere il nostro conversare. «La solita aquila», diceva Rina sorridendo. «Non e un’aquila, e un avvoltoio», la correggeva lui: «un avvoltoio testa-rossa, Sarcogyps calvus». Ecco, se devo pensare a qualcosa che riguardi Arrigo Benedetti e la mia sfacciata fortuna di averlo un giorno incontrato, sono sempre due le immagini che si fanno avanti da sole, quasi con prepotenza. Una è quella di un uomo che percorre a piedi tutte le mattine via Pinciana quando le margherite di Villa Borghese sono ancora chiuse. E un bel signore leggermente cicciottello che pero cammina risoluto, a passo svelto, e prima di traversare sulle strisce pedonali leva alto l’ombrello che porta sempre con sé (anche se non piove) per intimidire gli automobilisti romani poco versati – secondo lui – al rispetto delle regole del traffico. In ufficio, cioe nella redazione dell’«Espresso», non c’e ancora nessuno, a parte Filomena, una signora sarda addetta alle pulizie. Tutti gli altri, o almeno la maggior parte degli altri (i giornalisti) arriveranno piu tardi, quando il sole gia alto avra svegliato anche le margherite. Insomma, verso le dieci. L’altra immagine prepotentemente ancorata al ricordo di Arrigo Benedetti e anch’essa un’immagine di cui ho appena parlato: quell’improvviso stridio di un avvoltoio durante una cena romana; l’urlo di un uccello rapace come un’aquila, che pero e diverso da un’aquila; e non e nemmeno un avvoltoio qualunque perché e un avvoltoio testa-rossa; dunque, non un avvoltoio monaco, o un capo-vaccaio, un avvoltoio testa-rossa.  Se uno fa il giornalista deve essere preciso, esauriente. Le persone, uomini o donne che siano, hanno un nome e un cognome, le cose hanno un nome, tutto cio che esiste ha un nome, gli animali e le piante di nomi ne hanno addirittura due, uno italiano e uno latino. Se ne conosci solo uno, puoi avere successo in moltissimi altri campi ma non puoi fare il giornalista. Cosi pensava e parlava il maestro di giornalismo cui e dedicato questo libro che raccoglie i suoi scritti. Io, per la verita, non posso dire di averli letti tutti, i suoi scritti. Cosi come non avevo mai letto tutti i giornali che ogni mattina fingevo di aver letto quando, nei primi anni di vita dell’«Espresso», lui mi obbligava a un tu per tu quotidiano nella sua stanza, una liturgia a due, che aveva per tema il commento dei fatti riportati quel giorno dalla stampa. La televisione ancora non c’era. Radio Radicale nemmeno. I fatti del giorno li conosceva solo lui e dunque sua era l’unica voce che filtrava ogni mattina negli ambienti d’un appartamento destinato a rimanere vuoto ancora per un po’, fino a quando non si svegliavano le margherite.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’altra immagine prepotentemente ancorata al ricordo di Arrigo Benedetti e anch’essa un’immagine di cui ho appena parlato: quell’improvviso stridio di un avvoltoio durante una cena romana; l’urlo di un uccello rapace come un’aquila, che però è diverso da un’aquila; e non è nemmeno un avvoltoio qualunque perché è un avvoltoio testa-rossa; dunque, non un avvoltoio monaco, o un capo-vaccaio, un avvoltoio testa-rossa. Se uno fa il giornalista deve essere preciso, esauriente. Le persone, uomini o donne che siano, hanno un nome e un cognome, le cose hanno un nome, tutto cio che esiste ha un nome, gli animali e le piante di nomi ne hanno addirittura due, uno italiano e uno latino. Se ne conosci solo uno, puoi avere successo in moltissimi altri campi ma non puoi fare il giornalista. Cosi pensava e parlava il maestro di giornalismo cui e dedicato questo libro che raccoglie i suoi scritti. Io, per la verita, non posso dire di averli letti tutti, i suoi scritti. Cosi come non avevo mai letto tutti i giornali che ogni mattina fingevo di aver letto quando, nei primi anni di vita dell’«Espresso», lui mi obbligava a un tu per tu quotidiano nella sua stanza, una liturgia a due, che aveva per tema il commento dei fatti riportati quel giorno dalla stampa. La televisione ancora non c’era. Radio Radicale nemmeno. I fatti del giorno li conosceva solo lui e dunque sua era l’unica voce che filtrava ogni mattina negli ambienti d’un appartamento destinato a rimanere vuoto ancora per un po’, fino a quando non si svegliavano le margherite. Quando usci il primo numero, ottobre 1955, «l’Espresso» aveva una dozzina di giornalisti, una meta dei quali aveva gia lavorato con Benedetti e con Eugenio Scalfari (che otto anni piu tardi sarebbe diventato a sua volta direttore). Gli altri venivano da «Cronache», erano i naufraghi di un settimanale nato un anno prima per iniziativa dell’editore romano Roberto Tumminelli, titolare di una tipografia dove si stampava la «Settimana Incom Illustrata » (e dove si era stampata per anni l’enciclopedia Treccani). Per dirigere «Cronache», Tumminelli aveva scelto Gualtiero Jacopetti, gia redattore-capo della «Settimana Incom», che pero, dopo appena pochi mesi, quando il settimanale da lui firmato stava cominciando ad affermarsi, era finito in galera con l’accusa di violenza carnale nei confronti di una zingarella tredicenne.Lo scandalo aveva fatto molto rumore, «Cronache» stava affondando e i redattori di «Cronache», me compreso che ero capitato in mezzo a loro per caso (Antonio Gambino ed Enrico Rossetti erano stati conosciuti e scritturati da Jacopetti nella trattoria Otello di via della Croce, abituale ritrovo di intellettuali e gente di cinema; Fabrizio Dentice, Sergio Saviane, Franco Lefevre e Paolo Pernici venivano invece da altre esperienze giornalistiche), stavano tutti annaspando verso la disoccupazione. Cui sarebbero senza dubbio approdati se Benedetti e Scalfari non avessero scelto Tumminelli come stampatore del nuovo settimanale «l’Espresso». E se Tumminelli, oltre a ottenere il 20 per cento della proprieta della nuova testata (il restante 80, come tutti sanno, era di Adriano Olivetti) non avesse ottenuto anche il trasferimento all’«Espresso» di tutto il personale di «Cronache». Accade dunque che un pomeriggio di fine estate 1955 gli ammaccati superstiti di un settimanale il cui direttore langue a Regina Coeli vengano convocati in via Po numero 12 per incontrare nientemeno che Arrigo Benedetti, mostro sacro del giornalismo periodico italiano, l’uomo che ha dato vita al rotocalco, che ha lavorato con Longanesi a «Omnibus», ha diretto «Oggi», ha fondato e diretto «L’Europeo».

Poi pero, con il passare degli anni, la tiratura dell’«Europeo» era cresciuta. 

  Passata la tempesta, ha spalancato le braccia alla rinascita, ha dato per primo agli italiani il senso di un ritorno a tempi normali, ha registrato con semplicita e rigore cronache vive, ha messo in luce con una serie di memorabili testimonianze (il ritorno di Arturo Toscanini con un grande concerto alla Scala, la rivolta del carcere di San Vittore, l’inchiesta di Tommaso Besozzi sulla morte del bandito Giuliano) il contradditorio momento in cui viveva la nostra societa, ha costruito un giornalismo maturo, capace di non contentarsi mai della realta ufficiale. E insieme alla tiratura era forse cresciuto nella gente il bisogno di farsi consolare, di credere un po’ di piu nella realta apparente, di usare il giornale – soprattutto il settimanale – come un passatempo il piu possibile gratificante, un testimone della felicita della vita (quella che, qualche anno dopo, Fellini e Flaiano avrebbero chiamato dolce vita). Benedetti era seduto dietro una scrivania sull’unica sedia presente nella stanza. Tutti noi, tutti gli altri, ascoltavano in piedi perché i mobili non erano ancora arrivati. Lui parlava guardandoci uno a uno. «Il giornale che ora faremo insieme», disse (piu o meno), «partira da dove e arrivato “L’Europeo” ma per percorrere una strada nuova, diversa e difficile. Come abbiamo fatto nel ’45, anche stavolta dobbiamo inventare un giornale che non c’e, un giornale che interessi la classe dirigente e che nello stesso tempo non sia conformista; dobbiamo elaborare uno stile oggettivo e insieme ricco di richiami morali, aggredire di nuovo la realta italiana, ma orientando la nostra attenzione soprattutto all’area della politica, dell’economia, dei problemi sociali. Dunque, un giornale che risulti indispensabile alla classe dirigente del nostro paese ma che non indulga ai suoi vizi tradizionali, alle sue abitudini comode, stimolandola invece, contraddicendola, magari qualche volta facendola anche soffrire. L’appuntamento e per lunedi prossimo; l’indirizzo e questo, e facile da ricordare, via Po 12; io arriverò tra le otto e le otto e un quarto perché cosi sono abituato, da sempre; voi cercate di esser qui qualche minuto prima delle nove: alle nove si comincia». E questa fu, com’era naturale, la terza cosa che ci colpi durante il nostro primo incontro con Arrigo Benedetti.

Non sapevamo ancora (lo avremmo scoperto ben presto) che entrava al giornale un’ora prima degli altri avendo gia letto tutti i principali quotidiani. Ma eccoci arrivati a un punto in cui mi si pone un piccolo problema. Dovro fare una cosa che a Benedetti non sarebbe affatto piaciuta: dovro parlare di me. Magari alla svelta, col minimo delle parole indispensabili, perché a tanti anni di distanza ho ancora attaccata alle orecchie la tonante sfuriata del nostro nuovo direttore contro l’uso del pronome “io” nella scrittura di un articolo. «Per un giornalista», urlo una volta non ricordo a chi (forse a Paolo Pernici), «il pronome “io” non esiste, tu giornalista non esisti, esistono i fatti, le storie, che devi raccontare al lettore senza coinvolgimenti o valutazioni personali. Se in una stanza fa caldo, non e indispensabile scrivere che fa caldo (valutazione tua, che potrebbe non essere oggettiva), molto meglio descrivere l’ambiente, portare l’attenzione su qualcuno che si sta asciugando il sudore, su qualcun altro che si toglie la giacca, si sbottona il collo della camicia.

Per motivi editoriali la prosecuzione di questa lettura è demandata al libro.

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